Prima dell’estate è arrivato su Amazon Prime Video, in Italia e Spagna, La sobrietà, film italiano diretto da Carlo Fenizi, prodotto da Carlo Fenizi e Raffaele Notaro per Tejo, che ne cura anche la distribuzione. Un’opera che sceglie deliberatamente di muoversi fuori dagli schemi, attraverso una storia originale e una messa in scena difficile da incasellare e che, proprio per questo, potrebbe rappresentare un piccolo unicum nel panorama indipendente italiano.

Un po’ mockumentary – il cosiddetto falso documentario – un po’ commedia nera dalle tinte camp, La sobrietà racconta il caso, vero o presunto poco importa, di Kimba, un’actor coach dal nome improbabile e dai metodi ancora più improbabili. Preparatrice di attrici, Kimba sostiene di aver ideato un sistema capace di condurre le sue allieve, tutte donne, verso il talento e la fama.
Il problema è che il suo metodo è tutt’altro che convenzionale: a tratti appare ridicolo, in altri momenti inquietante e persino pericoloso. Quando sulla sua strada compare uno scapestrato regista, l’incontro diventa l’occasione per realizzare un documentario e, soprattutto, per scavare nel misterioso passato della donna. Da quel momento, però, distinguere ciò che è vero da ciò che è costruito diventa sempre più difficile. Il resto è tutto da scoprire.
Un film che mescola i generi
Nel film è evidente l’impronta personale di Carlo Fenizi, che gioca anche con il cinema stesso e con la figura del regista. La narrazione procede volutamente per frammenti e cambia continuamente registro: commedia nera, falso documentario, melodramma, giallo, noir grottesco e persino suggestioni da telenovela.
Un apparente caos narrativo che trova progressivamente il proprio ordine: alla fine i tasselli tornano al loro posto e dettagli che potevano sembrare marginali acquistano un significato.
Altrettanto particolare è la scelta del cast, costruito attraverso presenze decisamente iconiche. Amanda Lear veste i panni di una madre superiora, mentre Carmen Russo interpreta una produttrice seria e impassibile. C’è poi Antonia San Juan, l’indimenticabile Agrado di Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar, qui nelle vesti di una misteriosa ex attrice.
Cloris Brosca, entrata nell’immaginario televisivo italiano come la Zingara de La Luna Nera, interpreta invece una diva del teatro mutilata.
Al centro della storia troviamo Eva Basteiro-Bertolí, attrice e musicista spagnola che presta volto e personalità a Kimba e che merita attenzione anche per il suo percorso musicale e per l’album Boh.
Tra le sorprese del film spiccano inoltre la brasiliana Julieta Marocco, nei panni di una star delle telenovelas alle prese con l’alcol, e Simone Di Matteo, scrittore e volto televisivo già concorrente di Pechino Express, che qui si misura con un personaggio decisamente singolare: un “casalingo freelance”.
Un cast eterogeneo che finisce per essere perfettamente coerente con lo spirito dell’intera operazione.
Tra ironia, provocazione e finzione
Scritto dallo stesso Carlo Fenizi insieme allo scrittore Raffaele Notaro, che figurano anche come produttori del film, La sobrietà è un’opera libera, ironica e volutamente senza catene. La produzione è firmata Tejo, società indipendente che cura anche la distribuzione del film.
Il film richiede però attenzione allo spettatore: dietro l’apparente follia della costruzione si nasconde infatti un continuo gioco tra realtà e rappresentazione.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti dell’opera. Perché La sobrietà può divertire, incuriosire o persino creare un certo disagio – soprattutto a chi conosce da vicino il mondo degli actor coach raccontato e deformato dal film – ma difficilmente lascia indifferenti.
Il confine tra documentario e finzione rimane costantemente in bilico, al punto che lo spettatore finisce inevitabilmente per domandarsi quanto di ciò che sta guardando sia inventato e quanto, invece, possa nascondere qualcosa di reale.
La sobrietà è uno di quei film che difficilmente possono essere raccontati attraverso un’unica etichetta. E proprio la sua eccentricità, insieme a un cast sorprendente e a una struttura narrativa fuori dalle convenzioni, potrebbe regalargli nel tempo quella seconda vita riservata alle opere destinate a diventare piccoli cult.
