Arrivano Disney+ e Apple TV+: addio alla TV tradizionale?

Con l’avvento di Disney+ e Apple TV+ possiamo dire addio alla TV tradizionale?

Dopo Netflix e Amazon Prime Video abbiamo assistito ad una lenta, ma inesorabile migrazione degli spettatori della TV tradizionale verso le pay TV in streaming.

Uno dei punti di forza di queste piattaforme dopotutto non sono solo gli sconfinati cataloghi ricchi di serie TV, film e documentari, ma anche la loro flessibilità di utilizzo: le applicazioni sono disponibili praticamente ovunque, dagli smartphone, alle console, passando anche per i browser dei nostri PC.

A tutto questo si uniscono dei costi mensili che non garantiscono alcun vincolo, con la possibilità di recidere in qualsiasi momento, e riprendere la visione quando meglio lo si desidera.

Tutto ciò arriva ovviamente da un paese come Stati Uniti, sede del capitalismo, ma anche grandi fautori dell’intrattenimento televisivo con programmi che cercano di colpire ogni tipologia di target.

La migrazione di questi servizi in un paese come l’Italia, fedele alle tradizioni delle reti televisive classiche quali Rai, Mediaset e La7, l’arrivo di Netflix e Amazon ha in qualche modo spostato l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche della stampa e la critica specializzata a guardare con estremo interesse il fenomeno della pay TV in streaming.

Laddove infatti con la programmazione giornaliera bisogna sottostare a delle precise e ferree regole legate ai contenuti spalmati per determinate fasce orarie (censura inclusa), con le piattaforme streaming tutto questo sparisce in favore di una fruizione immediata grazie ai già citati cataloghi proposti da questi servizi, sempre più ricchi ed eterogenei per accontentare qualsiasi fascia di utenza.

Netflix addirittura permette di suddividere i profili tra adulto e bambino, in modo quindi da avere già un catalogo su misura per le due tipologie di spettatori che fruiscono dei contenuti.

A fare da spartiacque in questa nuova guerra tra streaming e TV tradizionale ci pensa poi Sky, la pay TV satellitare che già prima dell’avvento dei servizi digitali in Italia ha cercato di coniugare al meglio le opportunità proposte dalla sua programmazione per offrire agli abbonati un decoder che potesse in qualche modo emulare le caratteristiche della concorrenza all’esterno (la registrazione dei programmi, la possibilità di mettere in pausa la visione in diretta…).

Successivamente è stato proprio l’avvento di Netflix in Italia ad aver spinto Sky ad abbracciare al meglio la filosofia di pay TV in streaming, affiancando al modello tradizionale di abbonamento anche l’alternativa senza vincoli rappresentata dalla piattaforma digitale di Sky Online (ora diventata NowTV).

NowTV infatti pur nascendo come servizio streaming, suddiviso in pacchetti mensili tra TV, cinema e sport, con canali visibili in diretta come la controparte satellitare, nel corso del tempo si è aggiornato introducendo la sezione On demand, al cui interno è possibile trovare un ricco catalogo composto da film e serie TV, alcune già andate in onda e complete delle intere stagioni, o altre in contemporanea con la messa in onda americana.

In tempi recenti poi NowTV sta sperimentando anche la distribuzione in blocco di nuove serie, saltando la messa in onda in contemporanea per offrire ai suoi abbonati direttamente la stagione per intera, favorendo di conseguenza anche l’altrettanto fenomeno del binge watching sdoganato proprio da Netflix e che consiste sostanzialmente nel guardare tutti gli episodi di una serie TV nel giro di pochi giorni.

Proprio questo fenomeno, in un certo senso, ha portato a quella netta rottura, e di conseguenza “alienamento” del pubblico dalla TV tradizionale in favore del sempre più diffuso streaming, che si sta dislocando anche in altri tipi d’intrattenimento come lo sport con DAZN, oppure i videogiochi con servizi quali Stadia e Xbox GamePass.

La libertà della TV streaming

Perché la TV streaming viene preferita da molti autori televisivi, e definita da molti la nuova frontiera dell’intrattenimento casalingo? A questo proposito l’argomento è attivamente discusso ancora oggi, e molti sono agli autori di questo panorama che vedono la TV digitale come uno strumento utile per affrontare tematiche, o generi che in una programmazione in chiaro difficilmente potrebbero trovare un loro spazio.

Piattaforme come Netflix o Amazon Prime Video offrono ai loro creativi l’opportunità di proporre dei prodotti più maturi, a volte osando anche dal punto di vista delle nudità, la violenza, il linguaggio, e addirittura la politica.

Tutti questi elementi li vediamo anche nelle programmazioni in chiaro, tuttavia reti pubbliche come Rai o Mediaset devono sottostare alle fasce orarie, nella consapevolezza che una TV accessibile gratuitamente possa essere vista sempre da ogni fascia di età,  bambini inclusi. Ecco dunque perché vengono applicate certe censure che impongono precisi tagli ai contenuti di alcuni prodotti, o nel peggiore dei casi la cancellazione diretta dai palinsesti.

La TV streaming è quindi vista come una rottura di questi vincoli creativi che attanagliano molti creativi, la cui libertà di espressione è sempre ostacolata dal visto censura dei network televisivi broadcast.

E possiamo dire che la maggior libertà concessa agli autori permette anche di poter investire maggiori risorse nella realizzazione di prodotti televisivi che spesso vantano una scrittura, ma anche una qualità molto in linea con produzioni cinematografiche di alto profilo. Vere e proprie opere d’autore che nel tempo stanno riscrivendo i canoni dell’intrattenimento, evolvendo quanto già seminato dalle TV via cavo americane.

La concorrenza della TV streaming

A partire da questo Novembre poi, il mercato delle pay TV dovrà fare i conti con due nuovi attori molto importanti sulla scena: Apple TV+ e Disney+.

Entrambi i servizi seguono una filosofia analoga, ma giocano su terreni leggermente diversi: mentre Apple TV+ vuole farsi portabandiera del grande intrattenimento puntando sul coinvolgimento di autori di spicco come Stephen Spielberg, dall’altro troviamo un servizio come Disney+ dedicato alle famiglie che si avvale di grandi marchi come Star Wars e Marvel.

Il costante diffondersi di questi servizi crea dunque una causa effetto che molti temono da tempo, ovvero il dilagare della pirateria per l’offerta televisiva che diventa sempre più frammentata tra le varie piattaforme. La lotta tra i servizi si sposta su chi si aggiudicherà per prima i diritti per la trasmissione di uno show, portando gli spettatori a diventare più selettivi nei confronti dei loro abbonamenti sottoscritti.

Non è un caso infatti che Apple TV+ e Disney+ abbiano volontariamente deciso di affacciarsi su questo mercato proponendo dei costi di accesso più bassi rispetto alla concorrenza, parliamo di 4,99 Euro per la prima, e 6,99 Euro per la seconda. Insomma, una strategia chiaramente indirizzata ad alimentare una concorrenza che ricordiamo, farà sempre bene al mercato perché motiva tutti i concorrenti a ristrutturare delle strategie nel tempo per ingolosire quello che sarà il consumatore finale.

E non è certamente finita, poiché per il prossimo anno è previsto anche il lancio di HBO Max, il servizio streaming proprietario di Warner.

Il futuro della TV tradizionale?

In tutto questa lunga disamina ci ricolleghiamo in conclusione al titolo di questo editoriale: la TV tradizionale è davvero destinata a morire? Per quanto ci riguarda televisione, quella idealmente pubblica e accessibile senza restrizioni continuerà a vivere grazie ad una certa tipologia di programmi poco ricercati dalle piattaforme digitali, ma soprattutto da una fascia di utenza più adulta che magari non è ancora pronta a migrare verso certe apparecchiature, o semplicemente preferisce l’intrattenimento tradizionale, ormai diventata quasi una nostra estensione nella vita quotidiana.

L’intrattenimento cambierà, si evolverà, ma la TV tradizionale siamo abbastanza certi che resterà un marchio indelebile delle nostre vite. Ciò che invece desta preoccupazione sono gli effetti che l’abbondanza di questi servizi potrebbe causare al fenomeno della pirateria, perché se i costi di accesso in parte lo arginano, la velocità con cui certi film o serie diventano reperibili, rischiano col tempo di diventare un boomerang per le piattaforme stesse.