Suburra: tra politica e immigrazione, Roma si tinge ancora di rosso

Tra politica e immigrazione. Questa è la seconda stagione di Suburra

Penalizzata da una regia troppo derivativa (e senza anima), figlia delle fiction meno ambiziose che la TV italiana ormai ama proporci sulle proprie reti pubbliche, la prima stagione di Suburra è stata un biglietto di presentazione per Netflix nel panorama delle produzioni italiane, fatto di tante luci, ma anche molte ombre.

Una prima stagione che a tratti copiava nella maniera più spudorata certi stilemi dettati da Gomorra: trasformare dei cattivi in anti-eroi, dandogli uno spessore tale da permettere al pubblico di affezionarsi davvero a loro.

Ma Suburra non è Gomorra, è un racconto più stratificato che affonda le proprie radici in ben tre specchi della nostra società: la politica, il Vaticano, e la criminalità organizzata.

Tre anime distinte ma legate da un comune denominatore che spinge gli appartenenti di ciascuna fazione ad allearsi, dividersi e poi fronteggiarsi sullo sfondo di una città imponente come Roma.

Sembra quasi di vedere un Game of Thrones all’italiana, dove l’opportunismo diventa la giusta maschera emotiva per coinvolgere gli spettatori, mentre il torto e la vendetta uno strumento perfetto per trasformare questi palesi cattivi in eroi a cui ci si affeziona, temendo per le loro sorti.

Attraverso l’ago della bilancia rappresentato dai tre protagonisti: Aureliano (Alessandro Borghi), Spadino (Giacomo Ferrara) e Gabriele (Eduardo Valdarnini), la prima stagione di Suburra ha imbastito un proprio universo narrativo dove l’arrivismo politico incontra quel perbenismo (mai ostentato però) che si cela nei corridoi del Vaticano.

Il terzo incomodo, quello più affascinante e galvanizzante alla fine però è sempre quel sottobosco criminale di Roma, animato da dialetto sporco che ha fatto anche la fortuna di Gomorra.

La “conquista di Roma” della prima stagione quindi passava attraverso molteplici esigenze narrative, non tutte amalgamate benissimo, dove tuttavia spiccava il talento di un cast di volti emergenti, capitanati da un Alessandro Borghi che nel giro di pochi anni si sta confermando uno degli astri nascenti del nostro panorama cinematografico.



Una seconda stagione meno imperfetta

Con la seconda stagione Suburra si avvale di un background consolidato, per tutti i suoi personaggi, e proprio grazie a questo vantaggio gli autori decidono di adottare un formato più ristretto, con solo otto episodi, e un minutaggio tra i 40 e i 50 minuti.

Questo ha concesso alla serie un ritmo quasi incredibile, che fa praticamente tutto quello che si è sempre chiesto alle serie Marvel di Netflix (ritmo concentrato e meno episodi).

La regia, che questa volta si affida alla coppia Andrea Molaioli e Piero Messina, concede allo show un taglio più onesto con le ambizioni del prodotto, ma a fare da contraltare questa volta è una sceneggiatura che nello svincolarsi dai suoi intrecci visti nella prima stagione, preferisce concentrarsi sulla potenza degli eventi e la loro costante successione, e meno su degli sviluppi davvero concreti per ciascun personaggio in gioco.

Tutta questa seconda stagione può considerarsi un gigantesco effetto domino nel quale si ripetono determinate situazioni (i terreni di Ostia sono ancora il fulcro di tutto), con lo scontro tra criminalità e politica che adesso si muove tra le fila di Destra e Sinistra, mentre il già citato opportunismo gioca con le vite degli immigrati.

Uno sfondo tremendamente attuale per i nuovi episodi di Suburra, ma che commettono l’errore più peccaminoso di tutti: la debolezza delle tematiche e la scrittura di certi contrasti che portano la serie su un destino purtroppo già scritto da tempo.

La serie di Netflix rientra infatti in quello schema narrativo da prequel fatto e finito che servirà poi a ricongiungersi al film omonimo diretto da Stefano Sollima.

Ecco che quindi gli autori sono obbligati a muoversi all’interno di una storia di cui purtroppo già si conosce il finale, e con esso il destino di certi personaggi. Nadia (Federica Sabatini), una delle new entry della stagione, si rivela purtroppo quella che più di tutti soffre per le scelte di scrittura dei nuovi episodi: il suo personaggio appare forte solo in superficie, ma all’atto pratico si rivela un contorno poco rilevante alla storia, così come la “vecchia guardia”, rappresentata da una Claudia Gerini davvero sprecatissima in questa annata, messa in panchina per quasi l’intera stagione. Ad emergere invece è l’Amedeo Cinaglia di Filippo Nigro, su cui si spostano maggiormente i riflettori nel corso di questi otto episodi.

Se c’era quindi la possibilità che la serie prendesse le distanze dal film per addentrarsi in una sorta di route alternativa, purtroppo questa seconda stagione conferma che ci troviamo davanti al prequel della pellicola di Sollima.

E questo, purtroppo, è il più grande problema di una serie come Suburra, che non solo fatica a divincolarsi da canoni ormai abusati nelle fiction e le serie italiane, ma deve confrontarsi anche con l’esistenza di un finale già scritto per tutti, nel bene e nel male.



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