Showtime e l’eterna rivalità con HBO

Nel nuovo appuntamento di TVCult ripassiamo la storia di Showtime, la seconda rete via cavo più apprezzata al mondo, eterna rivale di HBO.

Nata ufficialmente nel 1976 da una costola di CBS come TV via cavo, Showtime si lanciò fin da subito nel mondo dell’intrattenimento a 360°, con l’obiettivo di rivaleggiare con l’allora esordiente HBO.

Due reti via cavo contenutisticamente simili che si sfidavano per ottenere l’attenzione del pubblico, con Showtime sempre al secondo posto nelle preferenze del pubblico. Dall’esigenza di sfidare il colosso americano, nel 1987 la rete adotta un taglio aggressivo e diretto nei confronti della rivale con uno slogan abbastanza esplicito: “Showtime has the hits HBO misses”.

I primi anni

Inizialmente la rete propone un palinsesto abbastanza variegato composto da prodotti sportivi, produzioni cinematografiche e e documentari, ma l’investimento nel campo prettamente televisivo con prodotti originali inizia solo nel 1983 con Paper Chase, drama inizialmente andato in onda su CBS e salvato da Showtime dopo la cancellazione.

La serie è un diretto adattamento dell’omonimo romanzo del 1970 scritto da John Jay Osborn, Jr, e racconta le vicende di un gruppo di studenti iscritti alla Harvard Law School. Sui lidi di Showtime lo show riesce ad ottenere diversi rinnovi fino ad una quarta stagione, che ne decreta la conclusione.

Nello stesso periodo arriva anche Brothers, una sit-com molto convenzionale, ma anche tra le prime a sdoganare in TV una comedy con un protagonista dichiaratamente gay. Nell’arco di circa 115 episodi spalmati in cinque stagioni, la serie racconta le vicende di tre giovani fratelli alle prese con i loro problemi quotidiani. Uno show dal taglio molto tradizionale, ma coraggioso nelle tematiche legate all’omosessualità,  tanto che reti come ABC e NBC rifiutarono la messa in onda dello show sulle reti pubbliche.

Assecondando il suo provocatorio slogan nei confronti di HBO, nel 1992 la rete si lancia anche nel genere erotico/softcore con Red Shoes Diaries. Creata da Zalman King, la serie adotta un formato antologico che durante il corso degli episodi racconta le esperienze di tradimento e passioni erotiche estreme delle donne,  attraverso delle lettere dirette a Jake Winters (David Duchovny), il quale si firma con il nome di “Red Shoe”. Indubbiamente curioso per il genere e le tematiche che affronta, lo show diventa  da subito uno dei prodotti cult della rete, e nel corso delle sue cinque stagioni molte sono le guest star che si prestano a comparse nello show, come Sheryl Lee, Richard Tyson, Denise Crosby, Robert Knepper, Luca Tommassini, Caron Bernstein e Matt LeBlanc.

La fantascienza

Sulla scia del genere che stava spopolando in quel periodo grazie a Sci-Fi, nel 1995 la rete commissiona un revival di The Outer Limits, serie antologica fantascientifica andata in onda originariamente negli anni ‘ 60 sulla ABC. Simile a Twilight Zone, la serie racconta storie autoconclusive che affondano le radici nella fantascienza. Più fortunata rispetto alla serie originale, il revival raggiunge il totale d sette stagioni, con ben 154 episodi all’attivo. L’enorme successo dello show spinge Showtime ad abbracciare con più frequenza il genere della fantascienza, ospitando successivamente anche serie come Stargate SG-1 o Poltergeist: The Legacy.

Dopo Brothers, nel 2000 arriva un nuovo show che affronta le tematiche gay intitolato Queer as Folk. Remake dell’omonima serie britannica creata da Russell T. Davies, la serie ben si sposava con le tematiche che la rete via cavo aveva già affrontato in precedenza, ma rispetto all’originale il racconto viene infarcito di erotismo e sesso esplicito. La serie dura complessivamente cinque stagioni, durante le quali affronta tematiche non solo legate all’identità sessuale, ma anche il coming out, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, l’uso e l’abuso di droghe per divertimento, l’adozione da parte di coppie dello stesso sesso, l’inseminazione artificiale, i vigilanti, le aggressioni contro i gay, il sesso sicuro, la sieropositività, la prostituzione minorile, i ministri di culto gay, e l’industria pornografica di Internet.

La serie diventa un cavallo di battaglia vincente, nonché il programma più visto in assoluto su Showtime in quel periodo, ma a causa dei suoi contenuti, in altri paesi, tra cui l’Italia, la messa in onda viene sabotata in diverse occasioni, rendendo la fruizione dello show frammentaria.

I cult che hanno fatto la storia della serie

Tra il 2005 e il 2006 la rete assesta ben due colpi alla concorrenza con due prodotti premiatissimi dalla critica: Weeds e Dexter.

Weeds vede come protagonista Mary-Louise Parker, una vedova con figli a carico che inizierà a spacciare marijuana. Tagliente e politicamente scorretta al punto giusto, la serie ottiene la benedizione della critica, e la premiazione del pubblico, concludendo la sua corsa nel 2012 dopo otto stagioni.

Impossibile non parlare poi di Dexter, cult eccellente della televisione moderna che ha dato una gigantesca scossa agli ascolti di Showtime, infrangendo dei record che sarebbero stati superati solo molti anni più tardi dal revival acclamatissimo di Twin Peaks.

Ispirata al romanzo La mano sinistra di Dio di Jeff Lindsay, la serie segue le vicende di Dexter Morgan (Michael C.Hall), agente della polizia scientifica di Miami che agisce segretamente come serial killer, seguendo un rigoroso codice morale che lo porta ad assassinare in modo brutale i criminali sfuggiti alla giustizia. Dopo una partenza folgorante, la serie affronta un vertiginoso crollo qualitativo, a testimonianza dei limiti produttivi di Showtime, incapace di assecondare un rigido controllo qualitativo e l’esigenza di un pubblico in costante crescita. Una distrazione che per Showtime diventerà sempre più ricorrente negli anni successivi all’arrivo di Dexter e Weeds.



Californication e Homeland

Nel 2007 la rete sforna l’ennesimo cult eccellente: Californication.

Spietata, divertente ma estremamente realistica sul modo in cui affronta le difficoltà della vita: lo show segna il ritorno di David Duchovny come protagonista in una serie TV nel ruolo di Hank Moody, affermato scrittore newyorkese in piena crisi creativa ed esistenziale che, trasferitosi nell’odiata Los Angeles per seguire la trasposizione cinematografica del suo romanzo nichilista God Hates Us All cerca di ricostruire la sua disastrosa vita riallacciando un rapporto con la sua ex compagna Karen e la figlia Becca.

La serie diventa da subito l’ennesima perla di Showtime, ottenendo vita lunga con ben sette stagioni.

Sulla scia dei crime drama e le spy story, nel 2011 la rete ordina Homeland, remake americano della serie israeliana  Hatufim. Probabilmente tra gli show più poliedrici della TV contemporanea, Homeland è considerato tutt’ora uno dei programmi più popolari e visti su Showtime, con l’ottava e ultima stagione prevista per il prossimo anno.

Protagonista di Homeland è Carrie Mathison (Claire Danes), agente della CIA che durante le prime stagioni dello show si ritroverà coinvolta in un complotto terroristico legato al ritorno di Nicholas Brody, un marine scomparso durante la guerra in iraq che potrebbe minacciare l’intero paese.

A partire dalla quarta stagione gli autori dimostrano una grande abilità nel sapere reinventare la storia, chiudendo un capitolo in modo definitivo per riaprirne nuovi dalla natura vagamente antologica, ma sempre legati da tanti piccoli elementi ricorrenti nello sviluppo dei protagonisti.

Nello stesso anno arriva l’acclamatissima e spudorata Shameless, altro remake di uno show britannico andato in onda nel 2004.

La serie segue le vicende dei Gallagher, una famiglia disfunzionale composta da un padre alcolizzato e drogato che deve badare ai suoi sei figli. La vera padrona di casa però è Fiona, la figlia più grande che cerca di farsi carico di tutti i problemi che affliggono i suoi fratelli, mentre il padre trascorre le giornate al bar. Shameless inizialmente era stata commissionata da HBO nel 2009.

Durante le ultime otto stagioni la serie ha vinto diversi premi, e ottenuto anche numerose candidature, tra cui gli Emmy Awards.

L’ultima chicca attualmente più popolare del palinsesto è Ray Donovan, da molti descritta come una reinterpretazione moderna di un classico intramontabile, I Soprano. Liev Schreiber interpreta il protagonista che da il titolo alla serie, un faccendiere che risolve con abilità e destrezza i problemi di molte personalità di spicco di Los Angeles come atleti, cantanti e uomini d’affari. L’ottimo talento che impiega al lavoro non riesce tuttavia ad impiegarlo nella sua vita privata. A complicargli i problemi personali subentrerà il padre( un grande Jon Voigh!) che, dopo essere stato scarcerato, torna a casa portando nuovi sconvolgimenti nella vita della famiglia.

Anche in questo caso Showtime è riuscita a conquistarsi l’attenzione della critica con Ray Donovan, ottenendo numerose candidature e vittorie, tra cui Miglior Attore non protagonista ai Golden Globe a Jon Voight.

Il revival di Twin Peaks

Piccola menzione speciale va infine al revival di Twin Peaks ad opera di David Lynch, un vero e proprio film diviso in sedici parti che lo scorso anno ha sconvolto tutti i telespettatori, tanto da garantire a Showtime un numero di accessi e sottoscrizioni al servizio mai raggiunte prima d’oro, a riconferma quindi della grande influenza che tutt’ora il capolavoro televisivo di Lynch riscuote in tutto il mondo.

Ma le serie trattate in questa sede sono solo alcuni dei cult imperdibili proposti da Showtime. Possiamo infatti citare anche The Tudors, The Big C, The L World, United States of Tara, Stargate SG-1, Masters of Horror, Masters of Sex e la recentissima Billions.

Nell’attesa di scoprire se la rete via cavo tornerà nuovamente alla fantascienza con la fantomatica serie TV di Halo, Showtime negli anni ha dimostrato di sapere fronteggiare e rincorrere la spietata concorrenza di HBO, spesso copiando spudoratamente. Possiamo quindi etichettarla come un clone perfetto della rete via cavo di Time Warner? Forse si, ma è innegabile che negli ultimi anni è stato svolto un notevole e importante passo avanti qualitativo nella programmazione dei palinsesti.