Marvel's The Punisher – Recensione

Marvel e Netflix rinnovano il proprio solidalizio e creano la loro serie tv più violenta. Ecco la nostra recensione di The Punisher!

  • Titolo originaleMarvel’s The Punisher
  • Paese – Stati Uniti d’America
  • Anno – 2017 (in corso…)
  • Genere – azione
  • Stagioni – 1
  • Episodi – 13
  • Durata – 54 min (episodio)
  • Lingua originale – inglese/Italiano
  • Cast – Jon Bernthal, Deborah Ann Woll, Ben Barnes

Accolta tiepidamente da molti, The Defenders (qui la nostra recensione) è il consolidamento di un piccolo universo dentro l’universo. Gli eroi negli show di Netflix non esistono, sono solo persone con capacità fuori dagli schemi che decidono di mettersi in gioco (a volte forzatamente, e altre no) per proteggere New York.

Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist hanno presentato un lato oscuro e conflittuale di un mondo che al cinema vuole esserne l’esatto opposto. Gli show di Netflix vogliono stare con i piedi per terra, portano i conflitti del MCU ai livelli più bassi. Qui siamo nel mondo reale, una realtà con cui tutti cerchiamo di interfacciarci ogni giorno, così come agiscono i protagonisti di queste storie.

Ma The Punisher rappresenta l’eccezione, è qualcosa che va ben oltre la concezione di supereroe e vigilante, è una pericolosa mina vagante. Un pazzo scatenato in cerca di vendetta, una macchina mortale pensata per affascinare il lettore, spingendolo però a riflettere oltre ogni misura.

Steve Lightfoot ha capito il dramma del personaggio, ha colto ogni sfaccettatura per costruire un prodotto televisivo atipico rispetto persino alle precedenti serie di Daredevil e soci. In questo quarto adattamento in live action The Punisher trova la sua anima e il coraggio che erano mancate alle precedenti operazioni, viene estrapolato con forza dalle pagine del fumetto, ma al contempo assistiamo alla completa decostruzione di personaggi e situazioni viste nei comics per raccontare sostanzialmente altro, e non la tradizionale guerra agli imperi criminali che hanno caratterizzato il suo ciclo editoriale, ma qualcosa di più profondamente radicato nell’attualità americana.

Il nuovo volto del Punitore.

Jon Bernthal porta in scena un Frank Castle emotivamente distrutto, un ex marine consumato dal dolore in cerca di una tranquillità che i suoi fantasmi del passato cercano a tutti i costi di strappargli. La morte della sua famiglia è il motore che anima l’intera serie, e questo si traduce in un gioco al massacro che coinvolgerà lui e tanti altri personaggi, tra i quali anche Karen Page.

Il modo in cui la sceneggiatura, e la stessa interpretazione di Bernthal, tratteggiano il personaggio di Frank instillano nello spettatore un desiderio di redenzione nei suoi confronti. Si fatica tuttavia ad incoraggiare le sue azioni, si fatica proprio a simpatizzare con lui, e questo funziona perfettamente. The Punisher è una serie spietata, enfatizza la violenza e non ha paura di premere l’acceleratore quando serve. Si tratta inoltre di uno show attualissimo capace di maneggiare con estrema durezza temi come il DPTS e la detenzione delle armi negli Stati Uniti, elemento che sfocerà a sua volta in una vera e propria dualità politica e sociale mai incoraggiata, ma neanche bistrattata del tutto.

The Punisher agisce come specchio di una realtà concreta, non vuole mitizzare il suo protagonista, ne critica il modo di agire, ma cerca anche di giustificarne le azioni. E’ una serie lucida mai realmente di parte, ed è proprio questo a renderla affascinante, vi è coerenza alla base.

A penalizzarla è come sempre quell’insistenza della Marvel verso un formato da tredici episodi. Contrariamente a Luke Cage e Iron Fist gestisce molto meglio i suoi tempi dilatati, appare più compatta e la storyline dal canto suo avanza senza troppi problemi. Gli intrecci tra i personaggi funzionano piuttosto bene, su tutti il rapporto che si andrà a costruire tra Frank e Micro nel corso della serie. La rosa dei villain è invece più fiacca, non tanto per le interpretazioni, quanto per la necessità di accendere i riflettori su ognuno di essi, e si ha sempre la sensazione che a parte uno in particolare (quello con più screentime), tutti gli altri siano messi sempre un po’ a caso per favorire la progressione della storia. Ben Barnes è sicuramente il secondo casting migliore, è bello e fisicato, una caratteristica essenziale per il suo Billy Russo, evidenziata in più occasioni (non a caso) proprio dagli altri comprimari.



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