La riforma della Rai secondo Renzi: meno tg, meno canali e migliore ripartizione del canone

La riforma della Rai secondo Renzi: meno tg, meno canali e migliore ripartizione del canone

Nonostante lo sciopero dei dipendenti Rai che ha scatenato un fuoco di polemiche e proteste enormi, il premier Matteo Renzi sembra quanto mai scatenato e deciso nel riorganizzare la Rai, renderla più snella, moderna e competitiva ma soprattutto liberarla dall’influenza dei partiti e quindi ha affidato la riorganizzazione ad una vera e proprio task force di esperti che entro l’autunno esamineranno tutta la situazione e stileranno un progetto di riqualificazione dell’azienda pubblica.

Il gruppo di lavoro è partito dal manifesto vergato da Renzi tre anni fa insieme al dirigente Rai Luigi De Siervo. Un pamphlet che l’allora sindaco di Firenze illustrò con queste parole: Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali 8 hanno una valenza pubblica. Questi vanno finanziati attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai1 e Rai2, devono essere finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private. Traduzione: Rai3 finanziata con il canone e la sola tv generalista pubblica, Rai1 e Rai2 sul mercato ma non necessariamente privatizzate. Di questi tempi sarebbe praticamente impossibile trovare un compratore, dice uno dei componenti della task force.

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Eppure le pubblicità della Rai che si vantano cosi tanto di avere il numero di canali più alti in Europa appare cosi incisiva, ma in effetti molti canali non servono praticamente a nulla solo per giustificare il pagamento di un canone che rimane sempre ingiusto?

One thought on “La riforma della Rai secondo Renzi: meno tg, meno canali e migliore ripartizione del canone

  1. Secondo me i tagli dovrebbero riguardare tutti i programmi di cucina, ma proprio tolleranza zero: chiudere i rubinetti! Ma penso che ad avvantaggiarsene sarebbe soprattutto la dirigenza perché questi programmi – a mio avviso- alterano il sentimento democratico. Ma in Europa la critica cosa ne pensa? Io li trovavo una valida alternativa ai vari salotti e salottini, però più passano i giorni e più sento di dovermi ricredere. A farne le spese è la famiglia e anche in questo caso mi meraviglia il silenzio dei partiti. Cosa accade? La parola autonomia abdica in favore del concetto d’indipendenza. Si cucina in solitudine. La partita si gioca sulla questione degli ingredienti. Ora è chiaro che se mi trovo da sola in casa me li preparo come fanno loro, però se ci sono altri componenti della famiglia voglio continuare ad esclamare –mi passi la farina!- e ancora –grazie!- e poi –mi passi il burro! E ancora –grazie, ti chiedo scusa ma avevo le mani impegnate!-
    Questa trafila- che farà sorridere alcuni e scandalizzerà altri- ha insegnato ai bambini ad avere familiarità con parole come –grazie, per favore, ti chiedo scusa, ecc.-
    Oggi purtroppo si fa molta fatica ad educare le giovani generazioni e la rigida suddivisione degli alimenti, dal mio punto di vista, è cosa assolutamente alienante.
    Ho notato che questo modus operandi ha finito per condizionare anche gli over cinquanta che avevano questa visione della vita. Infatti laddove tua madre ti diceva con fare ironico – ecco un altro direttore d’orchestra!- oggi ti dice – ti devi preparare gli ingredienti!-
    Ma lo so! In ogni caso l’indipendenza vissuta come condizione è la negazione dell’esistenza di Dio… o sbaglio?
    Francamente a queste condizioni il pagamento del canone mi sembra ingiusto.

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