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Fiction: “L’olimpiade nascosta”: il commento del regista Alfredo Peyretti

Domani sera, domenica 27 Maggio, e lunedì 28 Maggio andrà in onda su RaiUno la nuova fiction “L’olimpiade nascosta“, miniserie televisiva in due puntate con Cristiana Capotondi e Alessandro Roja ambientata nel 1990 e nel 1944 in alcuni campi di prigionia della Germania e della Polonia (qui la preview della fiction).
E proprio in questi luoghi, quando la fine della guerra sembrava ancora lontana e i detenuti vivevano nella povertà e in pessime condizioni, si svolsero edizioni clandestine di competizioni olimpiche: la XII e la XIII Olimpiade, che ufficialmente risultano come non disputate a causa della guerra appunto.
In attesa di poter vedere la fiction su RaiUno, qui di seguito ecco il commento del regista Alfredo Peyretti.
” ‘L’Olimpiade nascosta’ racconta una storia d’amore, di sentimenti e di sport nel contesto storico difficile e conflittuale dell’ultima fase della seconda guerra mondiale.
Location ideale, nella sua tragica realtà storica, Theresienstadt, l’antica fortezza a forma di stella, nei dintorni di Praga, edificata nel 1780 dall’imperatore d’Austria Giuseppe II e trasformata dai nazisti in campo di concentramento, di prigionia e di transito verso i luoghi di sterminio. Nel campo un’umanità eterogenea, diversa, distinta, eppure unita da un destino comune e ancora capace di sentimenti, di speranze e di spunti vitali come lo sport.
Questo il punto di partenza e il senso della storia che si racconta.
Una storia vera, quella dell’Olimpiade nascosta, e una vera scommessa trovare il linguaggio giusto per raccontarla, senza perdere di vista il vissuto – che sarebbe più esatto chiamare ‘il sognato’ – della gente rinchiusa nel campo. Gente e anime diverse: i prigionieri di guerra con la voglia di riscatto della propria dignità; i reclusi “in transito”, quasi sempre destinati a campi di morte e chi restava e voleva sopravvivere ad ogni costo, con il coraggio che da solo può rigenerare gli animi, anche ai margini del mondo dei vivi.
A Theresienstadt, dove tutto è drammaticamente autentico tanto che gli interventi scenici necessari sono stati minimi, è molto difficile cancellare la storia o far finta che sia stata diversa. A capirlo per primi sono stati gli attori, un gruppo selezionato insieme a Loredana Scaramella, casting director, individuando chi avesse forme di recitazione naturali, immediate e istintive.
La nostra intenzione era di mettere insieme e formare un gruppo volutamente eterogeneo ma unito e affiatato, un vero e proprio bunch che trovasse nel suo insieme, nella sua coralità la propria forza e che vivesse il set come un luogo proprio.
E’ questo lo spirito che ci ha accompagnato durante tutto il tempo delle riprese e che ha quasi dettato il linguaggio della miniserie. Un linguaggio dove la MDP è quasi al servizio dei movimenti spontanei, degli spazi occupati e della coralità naturale degli attori. Nulla di recitato, né di statico, né di scontato. Sul set si parlava inglese con gli accenti più diversi, com’erano state diverse le lingue del campo e com’è stato funzionale e necessario per una produzione internazionale.
Il vero protagonista di questo film è il gruppo. In questo contesto il valore di Alessandro Roja, la sensibilità di Andrea Bosca e la forza di Cristiana Capotondi mi hanno permesso di non avere stonature all’interno del gruppo stesso dove la presenza di un attore come Gary Lewis è stata fondamentale.
Sono felice di avere lavorato con attori così disponibili al confronto e alla libertà della messa in scena.
Insieme al direttore della fotografia, Stefano Ricciotti, abbiamo deciso di utilizzare, per quanto fosse possibile, la luce naturale, anche per gli interni così da restituire l’autenticità del luogo con la luce e i colori del racconto filmico. Insieme al montatore Osvaldo Bargero, abbiamo trovato il ritmo giusto che si anima e raggiunge un passo molto alto soprattutto nei momenti di racconto delle competizioni sportive.
Sono partito da un’ottima sceneggiatura, ben strutturata e ricca di situazioni che la rendevano avvincente ed emozionante anche alla semplice lettura. Non posso nascondere che la difficoltà del progetto era un fatto tangibile e condiviso da tutti coloro che hanno partecipato al progetto, ma mai nessuno ha mollato ed io ho ricevuto un grande sostegno da tutti i reparti, dalla produzione e dalla Rai.
La vera sfida, anche mia personale, è stata quella di riuscire a raccontare una storia d’amore e di sport, quindi una storia di sentimenti e di performance fisiche in un luogo come Theresienstad, l’antica fortezza a stella, costruita per difesa e non per offesa al genere umano.
A Theresienstadt morirono 33.000 internati, la maggior parte dei quali per le inumane condizioni di detenzione. Circa 88.000 prigionieri furono deportati ad Auschwitz e altri campi di sterminio. I sopravvissuti furono 17.247…”
Fonte: Rai
