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All’epoca ero molto piccolo quindi non ricordo particolarmente questo sceneggiato se non per sentito dire parecchie volte ma sopratutto perchè a casa a partire da mia sorella in poi veniva seguito come ben 14 milioni di persone in quegli anni. Ricordo un’atmosfera e delle musiche piuttosto angoscianti però e l’interrogativo che dà il titolo allo sceneggiato: Dov’è Anna?
Un vero record per uno sceneggiato rimasto ben fissato nell’immaginario collettivo per il bianco e nero certo ma per i toni cupi e angosciosi fino al drammatico finale che scioccò all’epoca.
Anna Ortese (Teresa Ricci) è una giovane segretaria impiegata in una ditta edile, che vive un’esistenza apparentemente tranquilla e senza grilli per la testa tra l’ ufficio e l’appartamentino di due camere e cucina della periferia romana che divide con suo marito. In sostanza, la classica donna piccolo borghese, neanche particolarmente avvenente, della società italiana in evoluzione, dove il ceto impiegatizio comincia a soppiantare quello operaio ma non vede modificarsi significativamente la condizione di rotellina all’interno dell’inestricabile ingranaggio sociale.
Ma un pomeriggio di inizio dicembre Anna Ortese scompare misteriosamente nel nulla.
Sulle sue tracce si mettono il marito Carlo (Mariano Rigillo) e il commissario Bramante (Pier Paolo Capponi), tirando dentro la ricerca, volente o nolente, Paola (Scilla Gabel), collega eamica di Anna.
La ricostruzione degli ultimi movimenti prima della scomparsa della donna mettono in luce alcuni aspetti del tutto insospettabili della sua vita, e scoperchiano alcune inquietanti vicende collaterali, che tra l’altro vedono far passerella sullo schermo anche parecchi volti noti e meno noti del poliziesco all’italiana.
La mancanza di tracce certe e di indizi adeguati costringono dopo qualche mese il commissario Bramante, a malincuore, ad abbandonare le indagini. Così non è per Carlo, che manda a culo la sua avviata professione di venditore di enciclopedie per buttarsi anima e corpo nella ricerca di sua moglie, combattuto tra l’amore che ancora nutre e l’ansia di scoprire il nebuloso dark side nella vita della sua consorte di cui non si è mai minimamente accorto.
Ma ad una ad una tutte le piste seguite si concludono con un niente di fatto, le speranze di ritrovare sua moglie si affievoliscono mentre si intorbidisce il rapporto di Carlo con Paola, fino a che un incontro casuale non riapre una flebile traccia che condurrà allo spaventoso finale.
Piero Schivazappa affronta con ottimo mestiere la spinosa questione della sparizione di una persona, nell’epoca pre-Chi lo ha visto? e pre-controlli sui tabulati della Telecom e sulle strisciate delle carte di credito.
Il supporto video in bianco e nero se da un lato è limitante per la bassa qualità delle immagini (all’occhio smaliziato di oggi, drogato di effetti digitali, le riprese sembrano state girate dalla telecamera di una banca), dall’altro gettano un ombra ancora più sinistra sulla vicenda già di per sè parecchio angosciosa, e fanno molto seventies rievocando la memoria di televisori bombatissimi e gracchianti.
La parte centrale dello sceneggiato risulta essere un pochino tirata per le lunghe ma si lascia comunque guardare senza sbadigli, mentre davvero avvincente è, oltre al drammatico epilogo, anche la fase iniziale del racconto, con una sequenza di fortissimo impatto emotivo che culmina nel momento in cui Carlo irrompe in un villino isolato della periferia di Roma che lo porta successivamente a una macabra scoperta.
Tra gli aspetti generali più riusciti del racconto, vi è senza dubbio il tira-e-molla psicologico con cui il regista fa credere più di una volta allo spettatore di essere vicino alla Verità, frustrandone però in breve le aspettative fino a che non si inizia seriamente a dubitare dell’esistenza stessa di una qualsiasi Verità.
Contribuisce alla riuscita complessiva della serie, e non poco, il tema musicale-tormentone composto per l’occasione da Stelvio Cipriani, quì, probabilmente, al punto più elevato delle sue inquietanti colonne sonore, così come pure va rimarcata l’ottima scelta nella suddivisione degli episodi, che nella maggior parte dei casi lasciavano il telespettatore in paranoia per una settimana nell’attesa delle importanti novità appena accennate sulla chiusura della puntata precedente.
Colonna sonora di Stelvio Cipriani
Sigla dello sceneggiato
fonte: wikipedia
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